Il coprifuoco imposto dalla camorra c’è o non c’è a Scampia? È la domanda che risuona da giorni all’ombra delle Vele. Forze dell’ordine, magistrati e anche le associazioni che lavorano nel territorio hanno smentito. La rete intanto si è mobilitata, con in testa la deputata pd Pina Picierno per occupare Piazza Giovanni Paolo II. È stata colpa del maltempo, si è detto. Sta di fatto che la piazza venerdì scorso era quasi vuota, occupata solo da un’ eco di polemiche. Perché l’indignazione non vive ed esiste solo nel momento in cui è gridata, fotografata, filmata.
In terre come questa troppo spesso, nel dualismo della rappresentazione mediatica, ci sono solo eroi o criminali, la gente comune non esiste, non ha voce, è invisibile. Eppure c’è. Si alza, lavora, si unisce in gruppi, associazioni e sogna per i propri figli una vita normale. Fuori dall’incubo dei ballatoi, dello spaccio di droga nelle famigerate Case dei Puffi dove, per un gioco beffardo di parole, l’infanzia si interrompe. Perché qui, coprifuoco o non coprifuoco, le lancette del presente e del futuro sono scandite e, barbaramente bloccate, dalla camorra. Una storia che conosce bene Davide Cerullo, 37 anni, “un tizzone scampato a un incendio”, per usare le parole di Erri De Luca. “Qui le persone – mi dice – non credono più nelle istituzioni e hanno paura. Questo territorio è stato abbandonato, da trent’anni non si fa manutenzione, la prima questura ha aperto solo nel 1993.”
Nato a Miano, periferia nord di Napoli, Davide ha un papà pastore e nel 1980, quando ha 6 anni, si trasferisce con la famiglia a Scampia. Un’infanzia negata, vissuta senza scuola, per la strada. A nove anni, i genitori si separano, a dieci è “un piccolo latitante”, scappa dal padre a Cassino dove vede in tv la madre in manette: “Con 14 figli, mia madre ha dovuto fare i lavori più umilianti, lavare le scale, i palazzi, ha pulito tutti i gabinetti di Scampia ma non riusciva comunque ad andare avanti e così la camorra le ha fatto la sua offerta: vendere la morte, la droga.” Davide in quel momento piange e promette a se stesso che sarebbe tornato a Scampia per “riprendersi il suo posto”, dentro la camorra. “Il problema, spiega, è che ancora oggi la camorra assicura un supporto economico alle famiglie deboli. Quello che lo Stato ti dovrebbe, la camorra te lo dà come favore. Ci sono madri di famiglia che per non cadere nell’ingranaggio del crimine, chiedono l’elemosina fuori della chiesa per pagare le bollette. La mancanza di un lavoro umilia le persone, più di ogni altra cosa e la rabbia si trasforma in arroganza, in prepotenza criminale. Un vuoto che permette alla camorra di rubarti la vita, la libertà, l’infanzia, tutto.”
A dodici anni, la camorra è la famiglia di Davide: “Lì ho capito che dovevo smettere di essere un bambino. A 13 anni gestivo una piazza di spaccio in una delle vele e a 14 guadagnavo già 800mila lire al giorno, il boss Paolo Di Lauro 1 miliardo di lire al giorno.” A 16 anni il primo arresto, ma grazie a un avvocato, come racconta, pagato dal “sistema”, esce dopo soli tre giorni. A 17 anni è vittima di un attentato da parte di un clan rivale “mi sono buttato per terra, mi hanno poggiato la pistola sulle gambe e hanno sparato, rompendomi tibia e perone. Dal capo del mio clan ho avuto 500mila lire. Tolto il gesso, sono tornato ad occupare il mio posto.” A 18 anni viene di nuovo arrestato e nel carcere di Poggioreale avviene l’incontro che segna il suo destino. Tornando dall’ora d’aria, trova una Bibbia, la apre e legge negli Atti degli apostoli scritto per tre volte il suo nome: “Mi ha impressionato, ho strappato quelle pagine. Uscito da lì, a Scampia ho incontrato delle persone come suor Monica Redolfi, sacerdoti ma anche laici che si sporcavano le mani accanto ai più piccoli. Ho capito di essere speciale, anche se vivevo a Scampia. Loro mi hanno fatto capire che gli irrecuperabili non esistono, sono solo un’invenzione della nostra cattiva volontà.”
Oggi Davide guarda il mondo attraverso gli occhi dei bambini di Scampia che ha raccontato attraverso le pagine del suo libro Ali bruciate e le fotografie: “Nei loro occhi colgo tutte le domande che non hanno una risposta”. Il suo impegno è per dare loro la possibilità di uscire fuori dal quartiere: “Con l’associazione Pace e solidarietà, del modenese, li abbiamo portiamo in giro, anche al mare. Mi piacerebbe far loro girare il mondo, incontrare gente nuova, farli sentire come tutti gli altri bambini.”
Accanto a uno Stato che perde, c’è una Scampia sana che vince: “Ci sono tante persone come me che senza scorta, nell’anonimato operano e quotidianamente fanno cose straordinarie, tengono aperto il cantiere delle speranza, come la Scuola della pace, la Casa arcobaleno dove insegnano ai ragazzi a suonare, a scrivere in italiano, lavorano per il recupero scolastico. O come l’associazione Gridas che dal 1993 organizza il carnevale, un momento magico. Qui c’è rabbia, c’è voglia di vivere.” Basta un seme nella roccia che qui è il fango: “è dal letame che nascono i fiori. Il problema non è la camorra, che non vale niente, ma è credere nella possibilità di un cambiamento. Il problema è la corruzione che c’è tra le forze dell’ordine, quando c’è un blitz della polizia, la camorra viene avvertita, succedeva ieri e succede ancora oggi. Le istituzioni e la camorra vanno spesso a braccetto, il problema è la collusione. Serve che la politica e la scuola tornino a mettere a disposizione la loro quota di responsabilità.” In questa storia, che parte e torna a Scampia, a vincere è stata la vita, che – come dice Davide – “è una cosa seria.” In questa storia che, prendendo ancora in prestito le parole di Erri De Luca, “canta come la prima rondine, profuma come il pane.”
(Fotografia di Davide Cerullo)